Yerevan – Garni – Geghard (11 di 11)

Dopo 4 giorni d’assalto, si torna a Yerevan

Ah Yerevan. D’obbligo la foto con la fontana, appena arrivati. E’ posizionata sotto il livello della strada, a piazza della Repubblica. Non ha alcun valore estetico, tutti comunque si fermano per una fotografia. Cemento su cemento.
Siamo appena arrivati e non voglio fare lo schizzinoso, non mi tiro indietro e faccio anche una foto. Il viaggio è stato tranquillo e scomodo, come quasi sempre. La strada verso la capitale è lunga e dritta, ci ha seguito sullo sfondo il monte Ararat. Alla fine, la città. Ma soprattutto un letto comodo e una doccia calda. Ad accoglierci c’è Suzanne, che gestisce il solito ostello. Da quando abbiamo capito di poter parlare in tedesco, almeno per capirci, è diventato tutto molto più semplice. Questa signora, che avrà forse 50 anni portati così così, è dolce e gentile, nonostante la stanchezza che l’affligge. Sta sempre a spazzare, lavare, cucinare. Ma non si risparmia in sorrisi e abbracci, è una sensazione strana e piacevole. Non si comporta così con tutti, anzi, con me più volte si lamenta di altri turisti di passaggio e queste confidenze mi inteneriscono. Osservo i suoi modi, precisi e netti, la determinazione abbozzata, è un pò brutale. Parla tedesco perché il suo compagno era della DDR. Un’altra era politica, un altro mondo, un’altra geografia, dietro l’angolo, qualche decennio fa. Nel torpore del sonno risale la sensazione che, nonostante tutto, anche qui in un paese sperduto e in bilico, basta poco per capirsi e provare affetto umano per una persona sconosciuta e sentirsi al sicuro. Una bella illusione, falsa ma confortante.

Mi butto su un divano e mi metto a sonnecchiare davanti un film di Celentano doppiato in armeno.

Va bene così. Dopo un’oretta mi sveglio dal torpore e finalmente il bagno è libero. Svuoto lo zaino, una montagna di panni sporchi e li do tutti a Suzanne. Poi prendo shampo, bagno schiuma, sapone e passo un buon 20 minuti a ripulirmi dalla montagna. Dopo un’oretta sono cotto e mi infilo a letto a dormire per un’altra pennichella.
Viene a svegliarmi Lorenz, deciso ad andare in un ristorante di livello. Questo ristorante le è stato suggerito da una tizia che ha conosciuto in aereo. Ottime fonti insomma. Sono assonnato e perplesso, ma alla fine mi convinco… prendo una camicia pulita e un paio di jeans e via. Passeremo la serata in una mega ristorante, all’aperto, stile vagamente caraibico (con tanto di finta cascata e luci colorate), musica disco-commerciale-armena dal vivo, balli di gruppo e grandi tavolate di famiglie in festa.  Se mai siete in cerca del kitch, a voi il “Parvana” (si mangia bene). Abbastanza divertente, per una sera, abbastanza deficiente, abbiamo almeno la possibilità di provare molti piatti tipici di cui non ricordo il nome. Finalmente posso concedermi un po’ di pesce e un paio di birre gelide. La foto è un unicum, il sottoscritto in camicia. Ovviamente sfocata, come fosse opera dei servizi segreti:

cena

A farci compagnia come vicine di tavolo abbiamo una combriccola di donne con prole. Sono casalinghe disperate, all’americana. Ricche, mariti a lavorare fuori dall’Armenia e loro a fare feste di compleanno pompose. Rappresentano l’idea di una nazione rampante, nazionalista, orgogliosa, anche molto ospitale con gli europei.

parvana

Sono gentilissimi, ci viene offerto di tutto, tranne la vodka, non per altro… quella se la beve tutta un bambino che avrà avuto 12-13 anni. Uno spettacolo disturbate, ma così si viene cresciuti nel caucaso. Non è esattamente sano, proviamo a spiegare inutilmente alla famigliola. Intorno a noi intanto “impazzano” le danze.

Torniamo a casa e ci accompagna un leggero mal di testa.

Il taxi ci lascia in centro (il posto è abbastanza fuori mano). C’è molta gente per strada, nella zona dell’Opera, è un fiorire continuo di locali all’occidentale, pub, ristoranti, night club. Nulla di entusiasmante. Siamo cotti, stracotti e pure abbastanza brilli. Lorenz scende dal taxi e dopo un paio di minuti si accorge di aver dimenticato la carta di credito sul sedile. Perché l’avesse tolta dal portafoglio, non ne ho idea. Ma ubriaco o meno, l’ho visto schizzare come un centometrista giamaicano, riuscendo a riacciuffare il tassista in attesa ad un paio di semafori dopo. Chapeau per i riflessi.
Andiamo a letto contenti, non prima di aver acquistato una bottiglia di vodka che però non riusciamo a bere. Ci porteremo quel grazioso souvenir per non so quanti giorni in Georgia. Crolliamo nel giusto e meritato sonno dei girovaghi.

Il giorno dopo ci separiamo, Lorenz ha un appuntamento, io vado a vedere Garni e Geghard.


Sarà un pomeriggio abbastanza lungo, all’andata riesco a prendere un paio di bus che mi portano nella cittadina dove è stato ricostruito questa strano tempio ellenico. Garni:

garni (2)

E’ sicuramente una presenza che spiazza, eppure questa zona è una delle più antiche popolate dell’Armenia. Ricostruito negli anni ’70, è l’unico tempio pagano rimasto. La valle intorno è incredibile e c’è un lungo percorso che potete fare a piedi, purtroppo ci vuole almeno una mezza giornata. Per visitare il sito archeologico ci vuole almeno un’oretta. Ecco qui in cui mi diletto nella mia attività di colonna portante:

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E poi una foto della valle, più che altro per valutare la lunghezza della barba dopo quasi 2-3 settimane.

autoscatto

Un dettaglio, per visitare l’area archeologica si paga un biglietto di un paio di euro (o 3 addiritrura, non ricordo), credo sia uno degli ingressi più (relativamente) costosi dell’Armenia. L’Armenia, da questo punto di vista, è estremamente civile. Dopo Garni, taxi fino a Geghard. Sono una decina di chilometri, ma decisamente non fattibili a piedi. La strada è asfaltata, abbastanza trafficata, c’è un caldo insopportabile e non c’è alcun mezzo pubblico che copre quella tratta.

Geghard, anche questo monastero sito protetto dall’Unesco, è una perla.

Da qui ovviamente passa un ruscello e c’è una fonte che rinfresca i pellegrini e sicuramente fondamentale anche in passato. Dall’interno del monastero (e intorno al monastero) si accede a caverne scavate nella roccia che sembrano umide e trasudare acqua. Si snoda verso valle un boschetto che segue l’acqua. Oltre la stupenda e austera chiesa, ad essere veramente affascinanti sono proprio le caverne scavate dall’uomo, dove si celano enormi sale per celebrazioni, per la preghiera e la vita monastica.


Il luogo è incredibile e può capitare, in una giornata che non sia durante il week end, di poterlo esplorare quasi in solitudine. Intorno ci sono molte bancarelle che vendono prodotti locali, candele, un po’ di cianfrusaglie. Qui vengono spesso molti cittadini di Yerevan, per una gita fuori porta, un pò come a Sevan.

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Vale la pena fare due passi seguendo il ruscello, lì gli armeni in gita si radunano per fare picnic, barbecue, mangiare e bere all’aperto. Ul luogo è molto rilassante e fresco.

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Torno a Yerevan scroccando un passaggio ad una famigliola

Lui un manager di una società che si occupa di turismo (tra le tante cose, mi dice). Si chiama “Tigrane”, come le re di una volta. Un nome poco pretenzioso, gli dico, e lui capisce la battuta. E’ un’oretta piacevole, ma arrivo in ostello che sono a pezzi. Doccia e mi infilo a letto. Un po’ più tardi torna Lorenz, in evidente stato confusionale, è stato ad una celebrazione dei morti (un po’ come il primo novembre da noi) solo che qui… si beve come spugne. E’ rosso paonazzo, sbiascica e soprattutto bacia e abbraccia Suzanne che è in evidente imbarazzo. Con questa scena fantastica si chiude l’ultima notte a Yerevan. Dopo aver valutato  e tutto il resto, ho posticipato il ritorno in Italia e quindi mi rimangono ancora circa 2 settimane e mezzo. E’ tempo di partire per Tblisi, abbiamo il bus alle 6 del mattino circa.

INFO: Mezzo pubblici fino a Garni (2 marshrutka) 350 Dram. Taxi Garni – Geghard 1000 Dram. Ingresso Tempio Garni 1000 Dram, Geghard Gratis.

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