Mi presento il 6 settembre all’aeroporto di Roma, a Fiumicino, ostentando una calma artificiosa non richiesta, non necessaria.
Sono in realtà nervoso, non dormo mai prima di partire per un viaggio. Cerco il banco Alitalia e sento in arrivo uno scazzo generico per non so quale motivo, ma svolgo con ordine tutte le questioni burocratiche in maniera metodica, rispondo come un robot provando a trasmettere sicurezza. Non sorrido, metto su la faccia un po’ da idiota sicuro che in fin dei conti non c’è niente di più funzionale di fronte alle barriere istituzionali, le dogane, i biglietti da esibire. Scopro di poter imbarcare due valigie invece di una. L’hostess è più sorpresa di me, ma come, uno con la faccia così? Scoprirà che poi addirittura il ritorno è in business class, abbastanza in contrasto con la tenda (peso 4 kg circa, quanto li sentirò), assemblata malamente con lo zaino da 90 litri.
Mi squadra e poi sorniona <in Armenia con un tenda?>
Sorrido, mi viene da dire solo <già>. Carina, un pò oca, decisamente out of my league, la business class era solo un’offerta con le mille miglia. Al varco un giapponese pescato in difetto al metal detector con una guardia solerte che prova a spiccicare qualche parola in inglese. Raggiungo il gate e mi siedo ad aspettare, sono in anticipo.

Il tabellone della partenze dove mi trovo ha tutte destinazioni esotiche e tele-giornalisticamente inquietanti.
Il tabellone della partenze dove mi trovo ha tutte destinazioni esotiche tele-giornalisticamente inquietanti: Beirut, Damasco, Cairo, Teheran e così via. Io penso solo molto bene, molto bello.
Penso agli intrepidi e alle intrepide che volano in Siria adesso, a beccarsi magari qualche bomba, americana, russa, isis o che altro. Ho la barba incolta, non è una mossa furba e in effetti diventerà poi un motivo ricorrente, in Armenia e Georgia (tranne che sulle montagne), dove tutti sembrano avere il puntiglio di rasarsi quotidianamente. Finalmente ci imbarchiamo, il volo lo passo affianco a due simpatiche vecchiette franco armene con il quale abbozzo qualche parola, le poche che conosco, nella lingua dei nostri cugini. Comunichiamo con difficoltà grottesca ma ridiamo in continuazione.
Come galline in gabbia, in un viaggio di 3-4 ore le luci si spengono e riaccendono in continuazione. Si alternano una specie di cena e uno snack, serviti durante il dormiveglia.
Arrivo a Yerevan abbastanza assonnato e gonfio di cibo monoporzione.
Da bravo rincoglionito mi metto in fila per il visto, con poca convinzione e rassegnato, sperando di non incontrare ulteriori barriere linguistiche. Sto lì con un paio di moduli in mano a scribacchiare dati (e scopro ora che l’alfabeto armeno è peggio di quello cirillico) e si avvicina una guardia che con uno sguardo serio chiede: “Country? Country?”.
Io rispondo placido, montando con uno scatto istantaneo la faccia da idiota: “Italy”. Forse era pronto a riportarmi in qualche sezione riservata ai medio orientali e invece scopro che non ho bisogno di visto, che non devo pagare tasse d’ingresso. Sono europeo, sono italiano, ma soprattutto: buongiorno.
Al controllo passaporti comunque sono l’unico trattenuto per circa 20 minuti. Dicono per problemi di lettura e ci credo, il mio documento è ridotto maluccio. E poi sono l’ultimo del volo ad uscire. A parte queste sciocchezze burocratiche, mi sento trattato con i guanti, nonostante al mattino io sia intrattabile. L’aeroporto è altamente impersonale, pulito, wifi libero e qualche cambio valute dove converto i potentissimi euro nella moneta locale: dram. Non c’è praticamente nessuno se non una decina di persone e questa invitante poltrona su cui faccio un giro:

Mi viene proposto da una coppia francese di dividere un taxi per arrivare in centro.
Sono le 5 del mattino, il taxi, che non è un taxi ma il solito soggettone acchiappa turisti e chiede 3 euro in tutto (1500 dram). Ho la prenotazione per un ostello in centro e dico ok, meglio che stare a dormire su una panchina ad aspettare il primo bus alle 8. Il tassista parla solo russo (quindi, il mio vocabolario si riduce a “spassiba”) e qua e là qualche parola a casaccio in inglese. È orgoglioso del nuovo aeroporto, appena ricostruito, tutto colorato. Mentre ci allontaniamo lo indica in continuazione, le vetrate rettangolari, lucide e brillanti: “New, beautiful!”. E io penso già, che gran paraculo deve essere questo. Stessa faccia, stessa razza. Italiani, armeni e soprattutto i tassisti, su tutto il globo terreste. Ed è buffo, a posteriori. In seguito capiterà di incontrare proprio l’architetto del nuovo aeroporto di Yerevan.
Ma questo, accade un po’ più in là.
[…] 06-09-2013 Roma – Aeroporto Fiumicino […]