Mi trovo alla stazione di Lamezia, mi preoccupo solo di avere il cellulare carico, visto che non ho il biglietto stampato.
Ad aspettare le navette sono tutti più o meno ventenni, sorridenti, scherzosi, impazienti. Il Color Fest è organizzato in località Platanica, luogo imprecisato tra le montagne, a 20-30 minuti di macchina da Lamezia Terme, che già non è esattamente il centro del mondo. Stranamente non provo repulsione (o meglio invidia) per questi giovinastri, sono tutti troppo presi bene, anche se le risatine un pò sceme stuzzicano il mio cinismo da trentenne sorpassato. Riesco a salire su una navetta, un minivan da otto persone e durante il tragitto una ragazza mi offre una bottiglietta di liquore, me la stucco senza problemi. Dopo che ho bevuto mi avvisa che viene dall’amazzonia e non sa se può avere effetti lassativi. Il mio stato vira dal neutro alla spudorata simpatia, sbruffonate impagabili. Dopo aver scavallato qualche paesino, arrampicandoci tra i monti che sovrastano Lamezia, arriviamo all’agriturismo la Giurrunda. Formalità per il biglietto e camping, un quadratino di bosco diviso in maniera maniacale in piazzole adatte solo a mini-tendine. Non c’è un bagno disponibile, non c’è acqua corrente, neanche un tubo da giardino. Solo bagni chimici, fino al mattino seguente. Comincia il corso di sopravvivenza.
Sticazzi, posso regredire allo stato di cavernicolo in pochi minuti e dimenticare queste formalità igieniche.
Un peccato visto che il Color Fest è considerato il miglior festival calabrese degli ultimi anni, almeno nell’ambito “rock italiano”. Dopo aver montato la mia tenda, che rispetto le altre sembra il palazzo di Saddam Hussein, inizio a gironzolare, osservando la festosa disorganizzazione dei ragazzi che si accampano. La fattanza non sembra aiutare, tra martelli e picchetti, c’è chi inciampa e chi rimorchia. Recupero una birra e raggiungo il live di Iosonouncane, accompagnato da Paolo Angeli. Questa performance merita un capitolo feticcio a parte. Non dura molto, purtroppo.
Si passa presto allo stage minore con i Coma_Cose.
A differenza di Iosonouncane, non so nulla dei Coma_Cose, tranne che sono un duo rapper abbastanza di moda di Milano. In realtà sono in 3 sul palco, ma insomma, nel rap conta chi canta e i cantanti sono due, un ragazzo con una giacchetta hipster e una ragazza con i capelli cortissimi e bianchi. Ognuno è libero di vestirsi e acchittarsi come vuole, ma devo dire, poca presa, uno stile che mi dice poco. Sono al primo ascolto, orgoglioso della mia verginità, ennesima birra e con atteggiamento naif cerco di capire. La mia attenzione cala presto, sonorità e testi non mi coinvolgono, noto che hanno un loro seguito, per lo più giovincelli credo sotto i 18 anni.
Mi siedo e fumo qualche sigaretta fino a quando questo spettacolino di yo-yo, continui rimandi a spinelli, fattanza e ammiccamenti adolescenziali milanesi compiaciuti si conclude. Giudizio complessivo: noioso.
Si torna al palco centrale con Donatella Rettore.
Noto che è il momento di tanti trentenni che sembrano venuti appositamente per lei, un nugolo abbastanza inquietante di attempati rocker in visibilio. Bisogna ammetterlo, Donatella riesce ad alzare il livello del coinvolgimento generale. D’altronde non si può rifiutare il momento trash il Cobra non è un serpente ma un pensiero frequente che diventa indecente, oppure Splendido splendente. Tutto fila, più o meno, anche se dopo 3-4 pezzi comincio a sentire giramenti di testa, perdita di equilibrio, stanchezza. Va bene il cazzeggio, ma comincio ad accusare. In ogni caso la Rettore regge il palco, filiforme, rifatta. Tutto poteva finire in un semplice revival trash, ma sarebbe stato tutto troppo semplice. Quindi la cara Donatella si lascia andare in un comizio di commiato imbarazzante a difesa della patria Italia bistrattata da 10 anni (esattamente da 10 anni), con una frase perno del discorso molto significativa: “Nessuno si deve più permettere di chiamarci italiani di merda”. Mi guardo intorno, chi ci ha chiamato italiani di merda? Non lo so. La Rettore passa a invocare la piazza armata di pale, bastoni e forconi così “ce l’inculiamo”, letterale. Breve parentesi contro i leoni da tastiera e i social, ci sta sempre perché no.
Il pubblico ascolta in silenzio, qualche fischio, per lo più viene concesso il beneficio della senilità o totale disinteresse.
Lo spettacolo è più desolante che surreale, provo a riprendermi sorseggiando una tennent’s pagata 5 euro (un pò cara, visto il monopolio). Non riesco, quindi passo alla seconda e poi alla terza. C’è una bella aria fresca. Il palco si spegne e ci lascia tutti abbastanza interdetti e perplessi.
Qui la seconda parte del primo giorno al Color Fest
PS: Per la cronaca, il liquore amazzone non ha avuto alcun effetto lassativo.
[…] la lista degli articoli “reportage” sul Color Fest. 1° Giorno Parte 1/2 1° Giorno Parte 2/2 2° Giorno Parte 1/2 2° Giorno Parte […]