Paura e delirio a Tigranakert
Il racconto di questa giornata non è per nulla semplice, talmente tanto materiale che tocca tagliare sui dettagli, sui colpi di sonno in bus, sulle frittelle mangiate in stazione, sulla necessità di fermare una corriera in mezzo al nulla per pisciare, sugli insulti addosso al tassista-affittacamere ex-soldato della DDR, trasformato in traffichino dell’ultima ora, non c’è nemmeno molto tempo per raccontare del fiatone che sale nell’arrampicarsi in cima alla moschea distrutta di Shushi.
Monteremo pezzo per pezzo un itinerario sempre più complesso, fino a rischiare di rimanere sperduti nel nord del Nagorno, senza un mezzo di ritorno. In ogni caso, la mattinata comincia così:
Con una vodka offerta dal proprietario di casa. Discutiamo alticci sulle varie possibilità dei giri, costo dei taxi etc. Alla fine, ad un prezzo quasi da rapina ci facciamo portare fino a Tigranakert, un famoso sito archeologico. In realtà è un po’ scarsino, non c’è moltissimo da vedere, ma è un insediamento che risale al primo secolo avanti cristo, a cui gli armeni tengono moltissimo. Prima di tutto perché quasi segna il nuovo confine con l’Azerbaijan, quindi in una zona virtualmente ancora contesa, e poi perché porta il nome di un re (Tigranes) simbolo della potenza passata di questo popolo. Non a caso capita di incontrare qualcuno che porta ancora il suo nome.
La cosa buffa è che il nostro proprietario di casa – tassista – tuttofare è talmente ansioso di tornare subito ai suoi affari di città che tenta di spaventarci con storie di turisti che saltano su campi minati, cecchini appostati dietro le rovine, gente che perde una gamba e ovvietà simili. Sarà vero? In quel momento, no, decisamente no. Anche perché pare organizzino addirittura bus di pensionati che vanno a spasso per visitare i reperti archeologici. Sulla strada tra Stepanakert e Tigranakert c’è Agdam, una città che era a maggioranza azera e che dopo il conflitto è stata praticamente spazzata via. Ora rimangono solo le rovine e come sfondo, tra i campi lasciati incolti, noterete le carcasse di carri armati mangiati dalla ruggine. E’ uno spettacolo desolante, ma è inutile resistere, ha il suo fascino inquietante. Camminare nella cittadina è ancora proibito, le autorità locali non hanno particolare simpatia per il “turismo di guerra”, ma potete tentare. Noi ci siamo limitati ad osservarla dalla strada, in lontananza si possono notare anche delle postazioni militari, per lo più larghe tende in cima alle colline. Per comodità, potete fermarvi dove c’è un monumento ai caduti, con un vero carro armato lasciato sul posto. Saliamo per una foto:
Sulla via del ritorno c’è anche il forte di Askeran, una piccola cittadina. Un lungo muro qui divideva praticamente in due la valle, uno snodo commerciale fondamentale nei secoli passati, dove non a caso si era costretti a pagare una tassa per il passaggio:
Dopo di questo incrocerete un giardino dove è situato il monumento nazionale per eccellenza, simbolo della regione, meta di turisti anche locali, dove ogni anno si svolgono matrimoni e altre celebrazioni. La maestosità squadrata di questa statua è riassunta dal “motto” nazionale: We are our mountains.
Inutile sottolineare che qui sono tutti molto orgogliosi, comprensibile dopo un conflitto armato molto cruento. Il luogo non è molto suggestivo, ma rende l’idea di come questo paese tenta di darsi un’identità ben precisa.
Tutto questo giro è possibile (esclusa una gita ad Agdam, che può portare via ulteriore tempo) in poche ore. Una mattina, fino ad ora di pranzo, è sufficiente. Tornati alla capitale, decidiamo di andare Shushi (o Shusha, in azero). Questa cittadina è stata teatro di violentissimi scontri, non è stata ridotta in cumulo di macerie come Agdam ma dietro la prima fila di casa ristrutturate troverete ovunque i segni della guerra. Ci siamo un po’ addentrati e tutti quanti mi hanno detto che sembra una piccola Sarajevo. A Sarajevo non ci sono mai stato e, secondo un copione già collaudato, quando un giorno ci andrò potrò dire: sembra Shushi. O Shusha. Troverete alcune moschee bombardate e abbandonate, palazzi distrutti, schegge di bombe su molti muri, dove ora i bambini disegnano le porte per giocare a calcio:
Non manca nemmeno la classica testa di bambola tra le macerie, tanto per dare il polso dell’atmosfera:
Non sembriamo per nulla provati, per l’ennesima volta torniamo alla capitale (Shushi dista più o meno 20 minuti) e dalla stazione degli autobus decidiamo di lanciarci all’avventura, prendere l’ultima marshrutka per Gandzasar. Questo villaggio è perso a nord, e prende il nome dal monastero più grande e interessante di tutta la regione. Unico problema, è tardi, c’è il mezzo per andare ma non per tornare. Così ci dicono, noi facciamo finta di non credere o non capire, osiamo lo stesso. Dopo diverse ore di viaggio veniamo lasciati praticamente allo svincolo che porta al paesino sotto il monastero. Sembra poco, in realtà ci vorrà quasi un’ora per arrivare in cima. Entriamo da una porta secondaria, immersa nel verde:
Come di norma, è deserto, siamo solo noi, nonostante la “vocazione turistica” millantata un pò ovunque. Il che è stupendo, sembra di essere nel paradiso dei viaggiatori. Questo monastero è famoso per le immagini di animali, se ne trovano a decine di questo tipo:
Unico problema, essendo deserto… non sappiamo a chi chiedere un passaggio per tornare a Stepanakert. Nessun autobus, comincia a calare la sera e fa freddo. Fa freddo sul serio, nell’Armenia del nord il clima è ancora caldo e secco, non piove, una splendida estate. Qui invece è giù autunno inoltrato. Cosa accade? Arriva un suv, modello x (non ci capisco nulla) ma è qualcosa di più di un mezzo di trasporto, è lusso puro. Scende un uomo sulla cinquantina con una sgallettata a rimorchio. Insomma, sembra un pò una situazione da “professionista impegnato in week end di lavoro, fuori città e senza famiglia” ma sicuramente sono io in malafede. Li lasciamo gironzolare, ci mettono meno di 5 minuti a dare un’occhiata a tutto monastero. E poi? E poi mi lancio sornione a chiedere se sanno se ci sono mezzi per la capitale. La risposta è cortese, vi portiamo noi. Prima però devono fermarsi un attimo in paese. Perché? Ecco la risposta:
Intorno a Gandzasar sta nascendo un piccolo polo turistico
Alberghi diciamo così, non convenzionali e attrazioni di dubbio gusto. Altro che turismo di guerra, qui arrivano proprio finanziamenti ad hoc, per creare infrastrutture da circo (e si dimenticano però di mettere un autobus che torna la sera). Insomma, la coppietta si fa un giretto e noi aspettiamo. Preferiamo non disturbare. Il viaggio è comodo, comodissimo, ci spalmiamo in questo suv ultra morbidoso, ci offrono cioccolatini e si chiacchiera del più e del meno. Lui è un giudice, di Yerevan ed è in vacanza. Lavora in particolare casi legati all’affidamento di minori, alcuni addirittura a famiglie italiane.
Lei chi è? Beh, diciamo solo che tra le tante foto gruppo di ricordo che verranno scattate, lui eviterà sempre di apparire.
La serata si chiude davanti un bottiglia di whisky in un bar della capitale. Offre il giudice.
Sulla strada verso casa non manca però l’ultima puntatina da Tashir, per mangiare qualcosa di caldo. Andiamo a letto con un bel sorriso beato e un po’ coglione, tipico di chi ha sfidato la sorte e per una volta, è andata bene.
Il problema è prenderci gusto.
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