Risveglio a Goris e subito a pedalare
Dopo il lungo viaggio da Yerevan e la poco soddisfacente serata a spasso per Goris, ci svegliamo dopo una dolce dormita, forse una delle migliori di tutto il viaggio. Ancora non sappiamo che più si andrà avanti e più saranno rari i letti veri e cominceranno ad apparire scassate reti metalliche del 1800. In tutto questo Giorgio ogni tanto si infila una maschera da pappagallo per fare cose tipo servire il caffe. Anche questo è molto ok.

A farlpo ci pensa il nostro compagnero italo-turco Andrea, espertissimo mescitore. Io ormai sono già drogato e non mi interessa più della moka.
La padrona di casa è fantastica e sorridente, una signora di mezza età abbastanza rampante e alla mano, prepara lei le marmellate, il pane, i dolci. Se ne va dicendo che sarebbe tornata la sera tardi, non ci chiede nemmeno i soldi in anticipo. Dopo aver mangiato cominciamo una specie di briefing sulla giornata. Cosa stiamo facendo ancora qui? Cosa c’è da vedere? Dove andare? Stasera stiamo ancora a Goris o ci spostiamo? Esaminiamo guide, ognuno dice la sua ed è chiaro che siamo un pò troppo frenetici. Decidiamo di uscire, fare una passeggiata nella vecchia Goris e poi trovare un mezzo per raggiungere Tatev. D’altronde, la cosa più interessante che abbiamo visto in questa cittadina nel sud dell’Armenia è il cimitero. Situtato all’inizio delle montagne che sovrastano Goris, adagiata in una valle dove scorre un fiumiciattolo. Qui ci siamo soffermati davanti le tombe, abbastanza curiose. Prima di tutto qui le persone ancora vengono seppellite, non infilate in loculi dentro anonime palazzine mortuarie come a Prima Porta. Invece della classica foto, abbiamo lapidi di tutto rispetto:


Chiacchieriamo. La morte è argomento curioso, ognuno ha un aneddoto, si parla di malattie, di persone che conosciamo che si sono salvate per un pelo, altri che non ce l’hanno fatta. Sotto un sole che comincia a picchiare duro, in una città sperduta lontana migliaia di chilometri da casa (quale casa, poi?) ci si ritrova anche a ridere e scherzare di fronte la tomba di perfetti sconosciuti. Prima di andare mi viene da pensare che moltissimi sono giovani, forse 30 anni, forse anche meno. Fotografo la lapide di un ragazzo che potrebbe assomigliarmi, però mi colpisce la posizione, seduto come i cinesi stanno spesso. Che poi a pensarci, è la posizione di ogni povero cristo che è abituato ad aspettare bus, senza avere un posto dove sedersi. Non riesco a farmi salire nemmeno un pizzico di tristezza, deve essere il carico di adrenalina. Non mi piace per niente, allora prendo per primo la strada che sale, per piegarmi il fiato, per consumare ossigeno e soffocare i pensieri.
Passeggiare tra le montagne che circondano Goris non sarà semplice, è la prima camminata più o meno seria da quando sono partito. In un’oretta e mezza circa siamo in cima, su una montagna che sovrasta l’intera valle, Goris inclusa. Città che si rivela per quello che è, una scacchiera di palazzine e casette, intervallate da verde e campagna. Tutti mi hanno ripetuto almeno una decina di volte che queste montagne sono tipiche anche della Cappadocia (ma meno spettacolari) e quindi, non posso che crederci.


La discesa sarà altrettanto dura, il terreno è scivoloso, ma insomma ormai siamo nel mood esplorazione, torniamo sani e salvi in paese, ma soprattutto assetati. Perché, in tutto questo, siamo usciti con tutto tranne che con dell’acqua da bere. Espertoni. Ci riforniamo per un pranzo veloce, operazione che sembra scontata, ma non lo è per nulla. Gli alimentari sono scarsi e quasi sempre con prodotti che sembrano veramente scadenti, tra gallette, scatolame e insaccati importati dalla russia. L’acquisto incauto è sempre dietro l’angolo, ad esempio ricordo perfettamente una specie di focaccia, un pane dolce, gigantesco e ovviamente immangiabile.
Pesando circa un chilo, così a buffo, per smaltirlo mi toccherà offrilo ad un intero bus, quello verso Tatev.
In ogni caso, è il primo pomeriggio e dopo aver trovato la marshrutka (operazione non semplicissima, visto che i tassisti cercano di nascondere sempre l’ubicazione delle fermate dei bus) ci adagiamo sui sedili scomodissimi di una carretta di fabbricazione russa.


Sarà un lungo viaggio tra le montagne che ci separano dalla nostra meta: Tatev. Qua e là panorami alquanto inusuali, come questo prato di tralicci. Per fornire elettricità a quali grandi città?

Il percorso è terribile, curve continue e non si fanno pause. Solo una volta, nel nulla, il bus si ferma e si affaccia una vecchia signora che stava lì ad aspettare, sul ciglio della strada. Una tipica matrona avvolta in un foulard, mantelline, gonne larghe. Le viene passato, con nonchalance da non so dove, un Kalashnikov. Proprio il fucile d’assalto, l’originale, il primo modello AK-47. Il fucile inventato dal poeta Kalashnikov. Per un attimo ci siamo guardati perplessi, da poveri ingenui occidentali non siamo abituati a veder salire gente con i fucili d’assalto in autobus, ma chissà, magari le cose cambieranno. E poi a pensarci, a Roma ogni 200 metri c’è una camionetta dell’esercito armata fino ai denti, che potrà mai fare di peggio una contadina con un fucile d’annata sovietico?
Il viaggio continua, abbastanza stomachevole a causa dei lunghi e continui tornanti, fino a quando non arriviamo al villaggio di Tatev. 600 anime, c’è una scuola, qualche edificio governativo anonimo e casupole sparse. Si vive di agricoltura e un po’ di turismo, dipende dalla stagione. Un piccolo ufficio per informazioni vicino una funivia spettacolare che però non prenderemo (perché mai dovremmo? camminiamo!) e soprattutto un convento:
A differenza di Echmiadzin, Tatev è isolata, non semplicissima da raggiungere e adesso siamo quasi fuori stagione.
Il tempo è nuvoloso ed è ormai sera. Passa un prete e un paio di altre persone, nessun altro. Giriamo liberamente ovunque, ci arrampichiamo sui muri, saliamo ogni scala, girovaghiamo per ogni stanza, ci affacciamo sulla valle aperta dove soffia un vento potente e continuo.
E’ un luogo sereno, piacevole, nonostante il freddo che comincia a calare. Subito scatta lo scontro, tra la fame di chilometri che già sale dopo nemmeno 24 ore di viaggio, e la pace di questo posto. Un frontale tra la smania di macinare chilometri e la tentazione di rimanere a contare le ore tra le montagne placide e silenziose, in un villaggio di contadini, umili e gentili. Come al solito non perdo tempo ad esagerare: già mi immagino a passare una settimana qui.
Non andrà esattamente così, però sarà la prima tappa dove rimarremo 2 notti. Troviamo una guest house, una casa a due piani dove c’è una stanza abbastanza grande per ospitare una decina di persone. La padrona si chiama Donara, gestisce tutto insieme suo marito Artur, la cui principale attività pare sia professarsi cristiano, fumare sigaretta a ruota e bere vodka. Amen. Il fatto che siamo ben 6 ospiti ci rende amatissimi, in questa strana foto mostriamo entrambi la nostra confidenza, la panzetta e anche una certa lontana somiglianza. Armeno mi pare.

Qualche parola di inglese, quel che basta per mettersi d’accordo su ogni dettaglio. Io e Andrea ci accampiamo con la tenda sotto il portico e rimaniamo a pensione come gli altri. In pratica, a parte qualche euro per i pasti, non paghiamo altro. La prima notte, decidiamo noi di cucinare per tutti e offrire qualcosa ai padroni di casa. Andiamo al market del paese (l’unico) e acquistiamo il necessario per un risotto, non è un caso se i cuochi principali saranno proprio Laura e Giorgio, milanesi doc, hanno qualcosa da insegnarci. Io di mio ci metto la pipa, che non tutti apprezzano ma nessuno perde l’occasione di provare. Vino in abbondanza, vodka, birra e soprattutto il risotto da preparare è lentissimo: in meno di mezzora siamo tutti ubriachi a stomaco vuoto. Curiosità, ci viene dato accesso con grande fiducia alla dispensa, che scopriamo essere una stanza dedicata quasi esclusivamente a contenere patate. Sembra il deposito di Paperone, in versione contadina. Andrea, senza ritegno, si tuffa su un cumulo di tuberi. Siamo imbarazzanti, la vecchia coppia di campagna sembra divertirsi più di noi. Dopo la nostra cenetta e tante chiacchiere, andiamo a letto felici e contenti. Ma non prima di ricordare, all’ultimo minuto, di gonfiare i materassini per la notte (gentilmente offerti da Giorgio e Laura). Quindi, per dovere di cronaca, andiamo a letto felici e in debito d’ossigeno, ma ci sentiamo delle bravissime giovani marmotte.
Info: una notte a Goris, in un appartamento affittato, viene circa 5000 dram a testa (10 euro). Il bus Goris-Tatev 700 dram, ma non passa tutti i giorni, da controllare. Un taxi Goris – Tatev, intorno ai 8000/9000. La funivia (che parte da un punto comunque lontano da Goris), viene se non ricordo male 4000 o 5000 dram a/r (o qualcosa del genere). Una notte a Tatev, da Donara, costa 3500 dram (posto letto in camerata, più colazione). Solo la colazione e posto tenda, 500 dram.
In mezza pensione, considerate circa 800/1000 dram in più. Una bottiglia di vino viene dai 1200 dram ai 1800 dram (vino accettabile). Poi verso l’alto, ovviamente, non c’è limite. L’ingresso al monastero è gratuito.
E’ vero, sembra un po’ la cappadocia!!!
eh eh, no ma dai! non lo avevo capito!
Good memories bro. Ancora un po’ di pazienza la foto sta per uscire dai meandri dei miei mille apparecchi digitali
grande!
Oh sembra vent’anni fa a leggere ‘sto post, bellissimo! Ci siamo piegati dal ridere sull’acquisto incauto, il pane dolce ripieno di crema perfetto con la tua insalata, l’unica cosa che hai tralasciato è il divano. E anche Lorenz. Non aggiungiamo altro…
ah ah… Lorenz, inviato speciale esperto in “nightlife, donne e divertimenti assortiti”
[…] Quinta puntata […]