Nepal – (Settembre 2011)
Questo breve resoconto non ha trovato spazio su alcun rivista. Concluso a settembre 2011, il materiale fa riferimento ad avvenimenti accaduti da maggio 2011 a luglio 2011.
Kathmandu è disordinata, inquinata, trafficata. Quello che potrebbe essere umile, nel contesto metropolitano di un paese in via di sviluppo, si traduce in misero. L’immondizia ai lati della strade trasborda, invadendo i marciapiedi, nelle marane, dove si abbeverano qua e là qualche bestia da soma, galleggiano bottiglie di plastica, contenitori, buste. Il turista in cerca di quella terra di contraddizioni e libertà esotiche di un passato ormai non più recente, rimane frastornato. Kathmandu è diventata una tappa obbligatoria, per l’aeroporto internazionale, che quasi tutti scansano e si lasciano presto alle spalle per dirigersi verso le catene montuose a est ed ovest. La capitale è solo un punto di passaggio, prima di arrivare sull’Annapurna o verso l’Everest, dove si concentra il turismo delle escursioni, delle ascese e del trekking.
Stretto tra due superpotenze, l’India e la Cina, il Nepal tenta con difficoltà di galleggiare sulle proprie miserie, mettendo in mostra uno sviluppo caotico e fragile. La guerra civile, dal 1996 al 2006, ha lasciato sul campo oltre 13 mila vittime e messo in crisi un’economia già debole, per lo più rurale e agricola. La prima vittima di questo conflitto è stata proprio la vita dei villaggi, dove è andato compromesso un equilibrio difficile portato avanti con il sudore di migliaia di piccole comunità. In un clima di profonda confusione in meno di un decennio la valle di Kathmandu, ritenuta a differenza delle aree periferiche sicura grazie alla presenza massiccia dell’esercito, è divenuta luogo di rifugio per centinaia di migliaia di persone. Questo ha spezzato l’equilibrio secolare delle campagne e allo stesso tempo l’urbanizzazione selvaggia ha sconvolto il panorama. Dove prima vi erano distese di risaie e orti ora sorgono quartieri malandati che ospitano il fiume umano che proviene dalle campagne. Monasteri alle pendici delle montagne una volta lontani dal trambusto metropolitano, ora sono accerchiati da borgate che si allargano sempre di più. L’inquinamento dell’aria, dovuto alle polveri e alle macchine, è un problema serio come anche l’igiene compromessa da montagne di rifiuti che non vengono smaltiti ma lasciati a marcire ai lati delle stradi, dei fiumi, nei vicoli. Non è stata solo la ricerca di sicurezza ad ingrassare la capitale, lo stesso partito maoista che ha iniziato le ostilità ha spinto molti contadini e molti abitanti dei villaggi simpatizzanti verso il centro di potere della nazione. Un metodo semplice e incisivo per ampliare la propria sfera d’influenza. Le elezioni del 2008 sembrano dare ragione al partito rivoluzionario, che ha raccolto oltre il 30% dei voti, diventando così il partito a maggioranza relativa. Ma, elezioni a parte, dal 2008 ad oggi il processo di pace non ha fatto passi avanti significativi. Stabilita la repubblica, messa da parte la secolare monarchia, l’assemblea parlamentare non riesce a trovare un compromesso per la stesura della Costituzione. E senza costituzione, si naviga a vista.
A fine maggio 2011 è scaduto il mandato del parlamento
Con una classica deroga (sistema notissimo a noi italiani) i partiti si sono concessi altri tre mesi per tentare ancora una volta un accordo. Nessuno ci crede realmente che questi tre mesi siano sufficienti, sul tavolo rimangono da affrontare temi di estrema delicatezza, ma il gioco continua mentre intorno il mondo corre molto più veloce. Lo hanno capito prima di tutti gli albergatori, le guide, i ristoratori, chi vuole crescere sfruttando il turismo. Un paese a rischio guerra civile non sarà mai la meta ideale per le nuove generazione di cinesi e indiani che hanno voglia di esplorare l’Annapurna o l’Everest, o cimentarsi nei safari che le lussuriose foreste del Nepal offrono. Il 2011 è stato rilanciato come l’anno del turismo, ma il governo ad agosto ancora non ha nemmeno approvato il bilancio annuale e non ha speso ancora nulla per pubblicizzare questo evento nei canali internazionali. Il mercato indiano e cinese è a due passi, le potenzialità immense eppure a causa dell’instabile situazione politica non si sbloccano le risorse necessarie nemmeno per uno spot televisivo. Ma d’altronde, è davvero il turismo la soluzione definitiva?
Al centro del dibattito rimane la Costituzione, sotto la pressione di esigenze economiche e diplomatiche.
Infatti, la stessa Cina e l’India non hanno alcun interesse ad avere un vicino in condizioni precarie, in un contesto quello dell’est e del sud-est, già sufficientemente ingarbugliato. Gli unici che non hanno fretta sono proprio i partiti nepalesi con rispettivi rappresentanti al parlamento (qualche analogia gattopardiana?).
A rendere complicata ogni previsione è la forza numerica del partito maoista, con oltre 200 seggi su 600 in parlamento. Il partito rivoluzionario non sembra ancora deciso a intraprendere con decisione la via della Costituzione, nonostante siano passati ormai cinque anni dalla tregua e tre dalle elezioni, tanto che solo quest’anno si è riusciti ad arrivare ad un accordo affinché il segretario di partito avesse, come tutti, una guardia personale composta da uomini della polizia di Stato. Finora a comporre il servizio di sicurezza sono stati uomini selezionati dall’Esercito del Popolo, stimato intorno alle 20mila unità. Questo vero e proprio esercito è stato il nerbo operativo della lotta armata e della guerra civile. Nodo da sciogliere è la sua futura collocazione, si è pensato all’integrazione nell’esercito regolare. Le modalità di tale operazione sono un argomento spinoso che sembra senza soluzione. Con quale grado far rientrare i ribelli tra le file dei militari? Quali sono i requisiti minimi per tale accesso? Considerando che finora il partito maoista, come d’altronde ogni partito nepalese, sembra mirare solo ad occupare posti di potere nel tentativo di stravolgere il sistema dall’interno, le resistenze sembrano più che giustificate, senza considerare il fatto che l’esercito ha una lunga tradizione monarchica.
Sembra però improbabile il ritorno allo scontro armato tra le parti.
Questa è l’unica (forse illusoria) nota positiva, anche se le provocazioni politiche non mancano. Attualmente il partito rivoluzionario sembra spaccato, da una parte un’ala intransigente preme sulla dirigenza denunciando corruzione e invocando una linea politica vicina ai desideri della base. Ma anche questo scontro sembra legato a quella che sarà la prossima tornata elettorale, uno feroce dibattito interno per la prossima spartizione di posti di potere. Intaot il partito Marxista-Leninista e il Nepali Congress, gli altri due partiti più popolari, non sembrano in condizioni migliori, incapaci di dominare le proprie peggiori tendenze. Un esempio è stata la trappola tesa ad un giornalista da parte di alcuni militanti del partito di cui fa parte il primo ministro (UML, marxisti-leninisti), che hanno ridotto il corrispondente Khilanath Dhakal in fin di vita. Nonostante il nome del mandante fosse chiaro, Parashuram Basnet, neanche il primo ministro Jhalanath Khanal ha potuto fare nulla contro l’incriminato, poiché protetto da molti uomini influenti dello stesso partito. Sono scese in piazza centinaia di persone e il mondo del giornalismo ha chiesto a gran voce giustizia, ma senza ottenere risultati. Tutto questo non è occasionale, al contrario, il giornalismo in Nepal è sotto la pressione non solo dei politici, ma anche della criminalità organizzata che con la violenza difende i propri traffici da denunce pubbliche.
La comunità internazionale si affaccia ogni tanto, ma non senza alcuna incisività.
In questo contesto si inseriscono poi dinamiche poco virtuose, in cui donazioni internazionali e aiuti di ogni genere vengono persi per strada, a causa della corruzione, mortificando ancora di più il ritorno alla normalità. Emblematica la distribuzione avvenuta nel 2008 di generi alimentari marci da parte del WFP (Word Food Programme, agenzia delle Nazioni Unite), che ha causato gravi disturbi di diarrea a migliaia di bambini e, secondo una prima indagine, è stata la causa principale di oltre 300 morti. Ma questo caso è solo la punta dell’iceberg, poiché ancora adesso le prospettive non sono rosee.
Kosh Raj Koirala e Tika Ram Pradhan, rispettivamente giornalisti di “Repùblica” (giornale nato dal Kathmandu Post, con una linea editoriale molto critica verso le ambiguità del partito maoista), e di “The Himalayan Times” confermano che difficilmente rivoluzionari torneranno a combattere, la loro lotta di potere si è spostata all’interno del sistema democratico, con un’esemplare occupazione dei posti chiave nell’amministrazione. Gli scontri interni, tra intransigenti e moderati, sono in realtà sull’onda emotiva che comincia a salire in vista delle prossime elezioni. Non sono da escludere colpi di scena, il processo di pace però non sembra essere in dubbio, ma i tempi e le modalità (già adesso estenuanti) sono una variabile importantissima per la sopravvivenza del Nepal. Con sarcasmo mi è stato fatto notare quanto sia improbabile che i parlamentari maoisti, ormai abituati alla vita agiata in parlamento, se ne tornino nella giungla con il fucile in mano. In effetti, vista la corruzione dilagante è un’ipotesi difficile da immaginare.
Occupazione di posti nell’amministrazione pubblica e scontri interni in vista delle elezioni,
Questo sembra lo schema seguito con sfrontatezza e senza scrupoli anche dai partiti di minoranza che non sembrano intenzionati a voler fare la differenza. I contenuti, le riforme, sembrano l’ultimo dei problemi della dirigenza politica del Nepal, tanto che a molti la stagnazione economica fa paura quanto la guerra civile stessa. Un esempio emblematico sono gli scioperi: quasi ogni giorno la capitale è attraversata da cortei e le poche attività produttive sono messe a dura prova da intransigenti movimenti politici che non esitano ad imporre la “serrata”. Tanti sono gli scioperi incrociati che la maggior parte delle volte non si sa nemmeno chi li ha indetti e per quale motivo. Kathmandu viene paralizzata anche per poche centinaia di manifestanti che bloccano le arterie della città e i centri commerciali, con fischietti, cartelli e ogni tanto armati di bastone. Gli scontri con la polizia, con arresti sommari, di fatto sono all’ordine del giorno poiché la tensione è palpabile, soprattutto nella capitale, che è diventata la “piazza” dove maggiormente i partiti cercano visibilità.
In un contesto tanto allarmante, con il rischio default sempre in agguato, sembra strano ma a fare la differenza è probabile che saranno, nel bene e nel male, i vicini di confine, Cina e India.
Le due superpotenze mal sopportano una situazione prolungata di instabilità
Ovviamente al centro ci sono i propri interessi nazionali, senza avere a cuore la fragile democrazia nepalese, o altre amenità come diritti civili e politici. Ma in gioco ci sono sostanziosi investimenti, ad esempio il progetto cinese di una città turismo a sfondo religioso a Lumbini, luogo natale di Buddha. Alberghi, monasteri, infrastrutture, tutto per una cifra di circa 3 miliardi di dollari, l’equivalente del 10% del Pil dell’intero paese. Difficile non intravedere quella che sarà una forzatura anche in quelli che saranno i rapporti diplomatici, impossibile non aver il timore, già fondato, di un paese e un popolo soggetto ad una sovranità sempre più limitata. Il Nepal, incastonato tra le due superpotenze, non più emergenti ma affermate, dovrà trovare la forza di affermare la propria indipendenza, almeno relativa. Senza illusioni, ma realisticamente, a difesa della proprie culture che lo compongono e del proprio territorio. Oppure rassegnarsi ad un equilibrio che verrà imposta, in un maniera o in un’altra, da chi ha ben altri interessi.