Vincere i mondiali di calcio non è vincere una semplice competizione sportiva. Altrimenti sarebbero incomprensibili i sentimenti che smuove, oltre i fiumi di denaro fresco, ogni anno.
Eppure questa affermazione per quanto scontata, dettata dal senso comune, porta a riflessioni difficili da contenere entro l’ambito della cronaca di un evento così cristallizzato in pochi attimi.
Certo, potranno consolarsi i francesi di essere arrivati almeno in finale, ma il vero tifoso scambierebbe 10 secondi posti per 1 mondiale vinto. E nessuno tifoso, mai, si azzarderebbe a festeggiare prima del triplice fischio. Solo quando il capitano alza la coppa allora il percorso è completo, realizzato. Soprattutto quando un mondiale si gioca in un paese completamente alieno e a distanze siderali.
La diffusione ormai estenuante di droni e cellulari ci riporta una quantità di contenuti travolgente sulla fisicità dei festeggiamenti. Forse la più grande onda umana mai vista per un evento sportivo. Inimmaginabile in qualunque stato occidentale. Qui un video su youtube per dare un’idea dell’oceano che ha travolto la capitale. In foto l’autostrada (costruita tra l’altro per il mondiale del 1972) che passa nel centro della città.

E nonostante questo le adunate oceaniche a Buenos Aires, i caroselli, le follie e l’isteria collettiva (ci sono stati almeno 3 morti accertati e dozzine di feriti) sono solo l’inizio di una epica che verrà raccontata e trasmessa di padre in figlio, come fosse il testimone di un’epoca.
Non è una esagerazione, non è una iperbole. Avete mai parlato con un argentino della propria squadra del cuore? Qualunque essa sia, River Plate e Boca per nominare solo le più seguite, scoprirete che nel rito del calcio si esprime con forza, e si cementa, un sentire collettivo, un’appartenenza soprattutto familiare. La prima volta allo stadio, il legame emotivo con il proprio padre, il proprio nonno, è un percorso quasi drammatico tra ricordi e esperienze che si rinnovano ogni settimana.
Ma le immagini di Buenos Aires invasa da milioni di tifosi ci raccontano questo amplificato 40 milioni di volte, entrando così nella dimensione nazionale, nella storia di un paese giovanissimo e tormentato. Profondamente legata all’Europa, l’Argentina sconta un generale senso di spaesamento rispetto il mondo, alla ricerca di una collocazione, di uno spazietto che nessuno sembra volerle concedere. Un inizio sfavillante nel XX secolo, con Buenos Aires che cresce esponenzialmente tanto da assomigliare a un connubio tra Madrid e Parigi, tutto grazie alle esportazioni di carne e risorse. Poi lascia spazio a un lento declino, accellerato dalle dittature, dalle violenze, dalla guerra delle Malvinas (Falkland per gli inglesi), i rapimenti, la corruzione e il crack finanziario. Adesso Buenos Aires è sempre imponente, ma i segni dell’abbandono sono frequenti e inquietanti.
Approfondire in dettaglio le difficoltà, il dramma e la vitalità di un popolo così lontano dai nostri occhi richiederebbe uno spazio e un impegno quasi enciclopedico. E nel dramma del XX secolo, questa coppa del mondo per la seconda volta esorcizza almeno per pochi attimi la sensazione di abbandono e le frustrazioni. Da Maradona a Messi, c’è mezzo secolo in cui ogni argentino riconosce il tormento individuale e collettivo di questo spicchio di continente alla fine del mondo.
E l’Italia che osserva i suoi fratellastri cosa ne pensa? La generale empatia per gli argentini è stata appena scalfita dal fenomeno Adani, riuscito quasi nell’impossibile, spezzare la fede incontrollata degli italiani nella retorica più spicciola, anche quella più autolesionista. Da questo punto di vista bisogna ammettere che di più non poteva fare. Ma non è certo una sua responsabilità, d’altronde la tv generalista è tanto pronta nel vivisezionare le vicende individuali più macabre, quanto è incapace nel cogliere gli aspetti collettivi di un evento di portata storica. Lo fa solo attraverso linguaggi ormai sorpassati o artificiali, come le telecronache urlate e le iperbole pseudo poetiche dedicate a Messi.
Nonostante questo la partecipazione rimane comunque inalterata a Napoli, dove permane un sentimento simile a quello argentino, di essere vittime della storia. Vero o falso che sia, a riguardo c’è un dibattito storico molto ampio, Napoli si è sentita e si sente ancora colonia del nord Italia e il fenomeno Maradona nella città partenopea ricalca la stessa euforia che sarebbe totalmente ingiustificata anche dagli occhi del più sfegatato tifoso. Siamo a gennaio 2022 e chissà che quest’anno non si ripeta la stessa configurazione astrale del 1986, con Argentina e Napoli che festeggiano insieme.