Butcher’s Crossing – Genesi di un Beat Western

Genesi di un vagabondo, un emigrante, un senza fissa dimora, un apolide, una senza tetto, un barbone, un viaggiatore, senza radici, cittadino del mondo, un idealista, un indifferente con l’arteteca, un battuto, un perdente.
La genesi di un uomo libero può prendere strade diverse, difficilmente sarà esente da un tocco che lo sminuirà rispetto lo stereotipo dell’esempio da seguire, tanto meno rispecchierà il classico eroe.
Butcher’s Crossing è di John Edward Williams, uno scrittore ma non solo, professore universitario, famoso per il romanzo Stoner (pubblicizzato in maniera urticante sulla copertina dello stesso Butcher’s Crossing, edizioni Mondadori).

Presupposti negativi prima di addentrarmi in questa lettura molto agevole, leggera. Mi è stato detto che si trattava di un autore ripescato dal passato per non pagare troppo i diritti, oppure che appunto solo Stoner si poteva considerare il vero capolavoro.

Alla fine della lettura ho provato una sensazione di sollievo, profonda e rara. Come quando qualcuno parla, attraverso parole e fatti estranei, di qualcosa che riconosci. Piccoli accenni a sensazioni epidermiche, alcune domande che si ripropongono, il dintorno dell’esistenza. E ti ritrovi sulla stessa barricata, senza volerlo, a distanza di decenni, di migliaia di chilometri, riconosci una vicinanza fraterna.
Butcher’s Crossing disseta una sete segreta che ormai in pochi condividiamo. Un’utopia sepolta dagli ultimi secoli di storia dell’umanità, violenta, insensata, sterile.

A tradimento ho letto alcune commenti di questo romanzo come se fosse una specie di “anti-western”, (soprattutto se pensiamo agli standard italioti). Addirittura il New York Times, citato in quarta copertina “il primo e miglior romanzo revisionista sul west”. Un taglio fortuito, spero.
Esagerando, è come se in America i professori universitari di letteratura inglese, con un passato nell’esercito (d’istanza in India per due anni), si preoccupassero di scrivere qualcosa per spiegarci che nel west non si viveva come nei film di Bud Spencer e Terence Hill.
E poi a parte l’ironia, non c’è traccia di tutto questo nelle pagine di Butcher’s Crossing, se non qualche velata battuta.

Una volta c’era un paese in rivoluzione, dove era permesso muoversi senza limiti, stabilirsi, ripartire. Un diritto universale inedito. La possiamo chiamare libertà, nella sua più profonda essenza, quella negata dalle nazioni, dalla civiltà fatta di documenti e burocrazia.
Non parliamo di quel paese che ora spara ai confini del Messico a chi prova ad oltrepassare una linea geopolitica, oppure esporta la democrazia con navy seals e i droni. Parliamo del west, dei pionieri e di quel mito che ci arriva ora tra le mani sgretolato, a noi europei che abbiamo preferito passare l’ottocento dietro a Napoleone e il neoclassicismo, oppure a rotolarci nella sterile ammirazione del passato (ancora una volta, tranne pochi esempi brillanti, dall’antica Grecia in poi).

Il libro si apre citando Emerson e Melville, due punti di vista sulla natura. E da qui si parte, dall’uomo post europeo, sfuggito dal vecchio continente, a cui si ripropone la natura nella sua forma primordiale, vergine ed immensa, violenta. Qualcuno addirittura se n’era dimenticato, considerando che nel nord europa ci si divertiva ad organizzare il Grand Tour, in Italia, per gustarsi un po’ di esotico disordine. E poi più tardi le colonie, fucina di dolori, massacri e grandi artisti (vedi Céline, Gauguin, Rimbaud e tanti altri).

Meanwhile in America, con qualche anno di Harvard alle spalle (Beh? Una volta bastava essere figli di un buon prete protestante), una discreta eredità inaspettata e un sacco in spalla si partiva con la voglia di scoprire il paese.

Semplice, lineare, la solita storia sì, il giovane dalla città, il sogno ingenuo, la fatica fisica, la natura acerba, la realtà. Già trasuda di paternalismo, scontato, l’animo conservatore (o meglio, consumato) travolge i lettori smaliziati.  Un personaggio in particolare, macchietta come tante altre, quando l’esistenza è votata al materiale, sembra rappresentare questo tipo di lettore molto comune. Un commerciante di pelli che non perde più tempo a leggere.
Andrews invece non è uno sprovveduto, eppure è il più sprovveduto del momento. Come non lo era il giovane Kerouac quando attraversò la route 66 insieme al suo amico Neal.

Si è capito mi è piaciuto.
Butcher’s Crossing vale la pena di tornare a leggere, se non altro è molto più immediato di qualunque altro romanzo sul genere.
Nel suo essere semplice e lineare nasconde l’essenza dell’anticonformismo e brilla nella sua piccola santità.
Ma piccola davvero, con modestia, come si conviene ad ogni pezzetto di letteratura ben scalfito.
Un altro colpo basso al grande romanzo americano, che fa sempre piacere.

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