Di ritorno dalla Germania, immerso dalla potenza di alcune immagini, presi a scrivere una storia. Chiamarla storia è forse un po’ riduttivo, secondo almeno quelle che erano le mie velleità. Volevo pescare lo stile intrigante e inquietante di Danielewski, un best seller semi sconosciuto, intrecciarlo con Johnson, condirlo con la persistente e patetica idea di heimat e asocialità che mi pervadeva, non dimenticare la lezione di Kerouac, avvolgermi nel sudario del nordico che soffre estasiato l’afa del mediterraneo e provare a cagare almeno un centinaio di pagine leggibili.
Piccolo alchimista del cazzo, mi sono rimasti una serie di frammenti che a rileggerli sì, mi ricordano qualcosa. Qualcosa.
Poi mi sono sempre giustificato, troppo giovane, non ho nulla da dire, non c’è nulla da dire. Nessuno mi era vicino, nessuno mi ha aiutato, nessun cattivo maestro, nessun amore folle, nessun limpida occasione.
Intanto mettici di mezzo circa 3-4 guerre, l’India, una laurea, lo sbigottimento di fronte i primi capelli che cadono. Quella trama abbozzata sembra deviata, ma soprattutto, era una storia o una sotterranea voglia di riscriversi interiormente? Di spiegarsi?
Poi ti ritrovi di nuovo al nord, ma sbilenco, verso est. A vivere tra i barbari, moderni sovietici americanizzati, perché questi sono veri barbari, dalle pulsioni incontrollabili, dalla curiosità infantile, dalla testardaggine ottusa e dall’orgoglio birbante. Prevedibili, come il freddo.
Cosa ne penserebbe di questo mondo un mostro come Uwe? Poi così diverso dal passato, dal dopoguerra?E Goethe? L’equilibrio, le affinità elettive, la geologia, la potenza nucleare, l’islamismo e la nostalgia del pagano. Almeno come intrattenimento al sabato sera, tra fiumi di vodka, donne che si spogliano e giocano a fare le bambine viziate. Nel mentre, nei giorni feriali colleziono fogli pieni di analisi, un anonimo guru mi suggerisce soluzioni per infezioni intestinali, parassitologia.
Non sono ancora in quel palazzo di 15 piani, figlio del socialismo brutale ripennellato dal buon occidente, a scrivere sul carta velina appunti senza senso. Non sono lì, non sono a casa, continuo a fumare, a bere, ad incazzarmi, a mordere, ridere.
S’intruppano i vari percorsi, non il cane, non la donna, non l’ombrellone sulla spiaggia, non la nonna o il pesce rosso (masticato poi, appunto, dal cane). Il nord magnetico è perso, così sembra, non ci sono indicazioni stabili. Mancano, manca l’audacia anche nel buttarsi nel vuoto, sulla route 66, manca il coraggio di sniffare speed, è come prendere la rincorsa, di continuo, senza mai scattare in avanti. C’è quel pallido momento, inquieto, in cui salto è pronto, basta tirare su con il naso.
Niente.
Ore 7.22, orario preciso per uscire di casa, in esattamente 13 minuti sono alla banchina del treno (numero 3), una manciata di secondi e arriva. Salgo, precisamente altri 17 minuti e scendo, circa 4 minuti a piedi, mi fermo a comprare un brioche, mi preparo il caffè solubile, saluto dalle quindici alle venti persone, di media.
Mi siedo al cubicolo, open space, ancora non ho portato nemmeno una cosa stampata da attaccare. Ci sono mille fotocopie senza senso, gerarchie, codici vecchi di anni, escalation, insensato. Ore 17, torno nella mia camera affittata, nella meravigliosa piazza di una città provinciale, rampante, scontata.
Attacco i miei polpastrelli al computer, riprendo a lavorare, produrre materiale insensato al servizio di un’altra compagnia, dall’altra parte dell’oceano, in un intreccio logico e complicatissimo di relazioni globali, di fattori produttivi, di investimenti e movimenti sempre più incomprensibili di creatività inutile, di sforzi per mantenere i costi e alzare i profitti.
Aspetto venerdì.
Aspetto casa.