In effetti

Ore 11:30, tra le ultime file. Squallide come sempre le aule universitarie, non sono migliorate e non c’è alcun gusto esotico nel ritornare tra i banchi. Disillusa la speranza di ricordare con piacere le ore di pigrizia passate ad ascoltare pomposi bastardi. No, è rimasto tutto insopportabile come una volta, il tempo non flette la rabbia. Qualcuno impara a stare lontano da quello che non sopporta: se non intelligenti almeno furbi, meglio di chi rimane sottovento ringhiando, inutilmente.
Laccati, opachi, puzzo di sigaretta, macchie di caffè, bevande zuccherose e appiccicose, cartacce. Solito quarto d’ora accademico, per l’occasione sono state state messe in fila tre cattedre, per fare posto ad una fila di stronzi. Tutti parlottano, stringono le mani e sorrisi.
Comincia la rassegna, vengono spente le luci e dal proiettore sfavillano immagini di ogni tipo, con didascalie scritte a penna.
E’ reale, è abbastanza patetico, tanto da acquistare una certa simpatia.
Ogni tanto qualche commento da voci lontane, voci che fuoriescono da forme vaghe, appena delineabili dietro lo scrauso altare accademico.
Sono come le sagome che si vedono in certi film americani, quelle usate nei poligoni di tiro. Questi ricercatori, questi professori, sono tutti bersagli immobili a disposizione di tante facce che stanno lì a guardare, alcune mezze addormentate altre artificiosamente entusiaste. No, dai, alcune sinceramente coinvolte. Manca solo pallino rosso disegnato sulla fronte.
Perché siamo qui?
Buk non risponde, con il muso affondato tra le gambe fissa una poltiglia di polvere, è tentato, vuole assaggiare, lo capisco da quello sguardo un sognante che nasconde il guizzo, lo scatto di mascella capace di inglobare il peggio schifo in pochi decimi di secondi.
Stringo i miei piedi ai suoi fianchi così da fargli capire che ci sono, quindi continuano a sussistere piccole regole da rispettare finché sono nei paraggi.
E lo sa, sono sempre nei paraggi.

Regole:

1)      Non si mangia merda.

2)      Postilla: con merda si intende la merda, il vomito e tutto quello che non è considerato cibo specifico per cani, quali croccantini o scatolame.

3)      Non ci si incula tra cani, non si fa sesso in strada. Non posso io, non puoi nemmeno tu.

4)      Si può abbaiare una o due volte. Tre è cartellino giallo. Al quarto latrato, sono cazzi.

5)      I gatti sono amici e quando non sono amici, sono per lo meno nemici dei nemici. Non si toccano.

6)      Annusare è lecito, sempre e ovunque. Leccare, no.

7)      Le lucertole non sono filo interdentale.

8)      Le pantofole non sono ammesse per la masturbazione

9)      Non mi è permesso pisciare in corridoio, la regola si applica a tutti gli inquilini di casa, cani e non.

10)   Mai a più di 5 metri da papà.

La mattina non era iniziata per niente bene, il bar sotto casa era ancora chiuso per ristrutturazione, mancava l’acqua calda da ormai due giorni, in posta un cumulo di bollette del condominio e, soprattutto, per l’ennesima volta aveva vinto il nobel della letteratura una persona a me completamente sconosciuta.
Mai sentita, questa scrittrice immigrata turca in Danimarca, uno schiaffo alla letteratura borghese, l’unica capace di riportare ad un piano dignitoso le librerie invase da pornografia per teenagers. Lupi mannari e vampiri che si scopano, imperi medievali per ogni gusto, nani simpatici e zoticoni, incantesimi, anelli per ogni piacere, elfi sadomaso.
Non poteva essere una giornata tranquilla.
Cerco di ripassare i motivi che mi hanno portato qui (un nome e la rassegna di alcune vignette satiriche di inizio 1900) e accade.
È inutile sfuggire a certe dinamiche, con tutta la buona volontà, siamo umani, in particolare il sottoscritto è un coagulo di umanità tenuta su con lo scotch.
Il flusso degli eventi, nonostante la precisione e la forza che ogni uomo ci può mettere, nonostante la preveggenza, è inevitabile.

Un gatto, un amico, al limite un nemico del nemico.
Entra di soppiatto, appena vede Buk ha uno scatto e corre via. Si sa, chi scappa ha qualcosa da nascondere e niente da fare, un cane con un minimo di statura morale non può fare a meno di chiedersi: <Cosa?>. E il mio cane l’ho educato, casa e chiesa.
Tradotto, l’oscillazione nell’etere è un flebile guaito che si trasforma un latrato acuto, strozzato dal sottoscritto che tira e tiene fermo tra le gambe il bastardo già eccitato dalla caccia.
Soffoco uno shhh, reazione da adrenalina e panico: ingiustificato.
Si girano una ventina di persone, un tizio alto e grasso si alza dalla cattedra.

<Scusi Signore, non sono ammessi cani in questa aula>

<Ma vaffanculo>

Mentre cerco di tenere Buk mi alzo e il guinzaglio si annoda tra le gambe, sfioro l’eventualità di entrare in un universo in cui crollo sotto il peso della goffaggine, passano un paio di secondi, mi divincolo ed esco, mentre alle mie spalle sento una voce gracchiante <ma come si permette? Chiamate la vigilanza>. Qualche sguardo causale che mi si pianta sulla schiena, come fossero cartoccetti lanciati da poppanti delle elementari.
Cammino svelto e sono in cortile, è grande, quadrato, umidiccio per la pioggia notturna, è un novembre bagnato e per nulla freddo, fastidiosissimo. Fumo e sembra tutto appiccicaticcio, la nicotina sulla dita è più puzzolente del solito e sento come se si spandesse. Ma finisco, fumo tutto e quel tutto ha un peso, reale, enorme, disgustoso. Disgusto che si materializza, ha la faccia di una guardia alta forse un metro e settanta, infilata dentro un’uniforme ridicola da vigilantes privato, presenza annunciata da un naso informe e butterato. Con accento partenopeo mi apostrofa:

<Signore, favorirebbe il suo tesserino universitario?>

<Non ho nessun tesserino>

<Un documento?>

<Non ho documenti>

<Signore ma lei …>

Mentre comincia a parlare ho già staccato ogni sensore ricettivo, il mio udito è sulle onde di comunicazione dei millepiedi, sento solo sfrigolare e sono concentrato in una rosario di bestemmie. Non ci credo nelle bestemmie, credo nelle persone che bestemmiano però, quelli che sono buoni e mediocri uomini che quando provocati dal fato cominciano a maledirlo, insieme a tutti i santi e tutte le madonne possibili. La vita insegna e io ho imparato, ripeto meccanicamente, la meccanica è liberazione. E mentre bestemmio penso che son venuto fin qua, con la mia presenza, a legittimare una congrega di panzoni difesi da guardie alte un barattolo e mezzo, per un motivo che non ricordo nemmeno più, anzi sì, un nome e, non ci posso credere, una collezione di vignette satiriche di inizio 1900.

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